#113 Non solo CALDO
In questi giorni è difficile parlare d'altro, ma ci sono altre storie che meritano aggiornamenti: l'emergenza hantavirus, che sta per chiudersi, e quella di ebola, destinata a crescere
Non posso iniziare questa newsletter senza chiederti come stai con questo caldo, che a ragione domina notiziari e conversazioni private: riesci a dormire? a lavorare? sei tra i fortunati che hanno l’aria condizionata in casa? e se sì, come la gestisci? Sembra davvero difficile parlare d’altro, perché le temperature di questi giorni sono talmente estreme, e danno talmente poco sollievo perfino di notte, da catalizzare tutta l’attenzione. Ne abbiamo parlato con Jessica Mariana Masucci nell’ultima puntata di Pulsazioni, il podcast di questa newsletter e della sua Stati di salute, a cui ti consiglio di iscriverti, ma certamente prima o poi dovrò tornare anche qui sulle conseguenze della crisi climatica, di cui forse solo in questi giorni qualcuno sta prendendo consapevolezza.
Prima, due inevitabili parole sul caldo
Ne ho scritto anche per Univadis, citando il nuovo Rapporto su clima e salute pubblicato nei giorni scorsi su Lancet Public Health che sottolinea fin dal titolo (Narrowing window for decisive health action) come la finestra per un possibile intervento si stia rapidamente chiudendo. Intanto i dati dell’Eurobarometer mostrano che la salute resta dal 2016 sul podio delle tre principali priorità per la popolazione, ma la crisi climatica è ferma tra il quinto e il sesto posto (e forse in Italia starebbe anche più sotto). La percezione del legame tra clima e salute, poi, invece che aumentare, va calando: mentre nel 2021 il 3,6% dei cittadini europei le metteva insieme tra le principali priorità, nel 2023 e 2024, si è di poco superato l’1%. Questi erano i dati riportati nel Rapporto, ma ultimamente le cose forse stanno cambiando. In una survey dell’anno scorso dedicata in maniera specifica alla crisi climatica, l’85% dei cittadini dell’Unione europea intervistati la considera un grosso problema a livello globale e il 38% ne teme gli effetti direttamente a livello personale.
Al di fuori dell’Unione Europea più sconvolti sono i britannici, ancora più impreparati di noi. Ricordo con un po’ di tenerezza quando nella metropolitana di Londra avevo sorriso dei cartelli in cui si lanciava l’allerta rossa per temperature di 30°C a luglio. Ieri, riferiva la BBC, in alcune zone dell’Inghilterra si sono raggiunti i 37°C e in Germania si sono superati i 40°C. Al caldo si attribuiscono blocchi e ritardi dei treni (a noi basta Salvini!) (SCUSA, È SOLO UNA BATTUTA, sono sicura che con i cambi al vertice di Trenitalia dei giorni scorsi le cose cambieranno).
Secondo Claude - l’assistente di intelligenza artificiale che ogni tanto mi fa incazzare ma che sto provando a sfruttare - in Inghilterra il servizio ferroviario è stato ridotto prima di tutto perché con il caldo l’acciaio dei binari si dilata, rischiando di danneggiarsi, flettersi, compromettere i sistemi di sicurezza e, nel peggiore dei casi, provocare un deragliamento. Il sole può scaldare il metallo fino a temperature superiori di 20°C a quelle dell’aria e i binari britannici — progettati per un clima temperato — non hanno margini di tolleranza sufficienti per temperature vicine ai 40°C. Non so se è vero, ma mio padre mi ha sempre raccontato che, per questo motivo, i blocchi metallici dei binari sono montati a distanza di qualche centimetro l’uno dall’altro. Evidentemente al nord nessuno ha mai pensato che questo accorgimento potesse servire anche da loro. Comunque, è successo davvero che i binari si stortassero, giovedì scorso, a Three Bridges, nel Sussex, costringendo a modifiche diffuse del servizio tra Horsham e Londra e la mattina dopo, all’alba, quando un treno proveniente dall’aeroporto di Gatwick ha avuto una collisione contro un ostacolo. I tecnici sono stati inviati a riparare il tratto danneggiato, mentre i treni venivano deviati o cancellati. Per questo, la Network Rail ha rivisto al ribasso i limiti di velocità dei treni sulla rete ferroviaria dell’Inghilterra e del Galles, imponendo restrizioni quando la temperatura dell'aria supera i 36°C.
Le cose non vanno meglio negli ospedali e nelle RSA, dove non sono previsti gli impianti di aria condizionata presenti nella maggior parte delle strutture italiane oppure che, quando ci sono, sono saltati o sono stati spenti per evitare danni dovuti alla situazione estrema. Il Guardian riferisce addirittura di impianti di radioterapia e macchinari per la risonanza magnetica andati in tilt per il caldo, mentre il personale in privazione di sonno cerca di gestire i tanti malori che colpiscono soprattutto gli anziani. Booking, invece, riferisce un boom di richieste di camere con aria condizionata, non solo da parte di turisti e viaggiatori, ma anche da parte di residenti locali che cercano sollievo, soprattutto con bambini piccoli o neonati.
In Francia, il terribile bilancio di bimbi morti di caldo in macchina è arrivato a quattro, il Pride previsto in questi giorni a Parigi è stato rimandato - anche per lasciare libere le ambulanze di intervenire nelle emergenze - e per il weekend sono state imposte limitazioni alla vendita e al consumo all’aperto di bevande alcoliche. L’alcol, infatti, peggiora i rischi del caldo in vari modi: aumenta la disidratazione, dilata i vasi sanguigni riducendo la capacità di termoregolazione, favorendo l’abbassamento della pressione e gli svenimenti, e riduce la consapevolezza di sintomi come vertigini e nausea, che spingono a cercare l’ombra.
Alla fin fine, poco prima di inviare - con il solito, ormai imprevedibile, ritardo - questa newsletter, è arrivato il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, o meglio, del suo direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che su X scrive: “L'Europa è il continente che si sta riscaldando più velocemente sulla Terra”. Non dice, come frettolosamente tradotto dal Corriere, che qui abbiamo “temperature doppie rispetto alla media globale”, ma intende che il riscaldamento sta avvenendo al doppio della velocità media. Non so perché poi il più importante quotidiano italiano sorvoli sul paragrafo in cui Tedros chiama in causa con chiarezza quel che sta accadendo: “Spinto dal cambiamento climatico e dal riscaldamento globale, il fenomeno dell’ondata di calore che si verifica “una volta in ogni generazione” sta capitando quasi ogni anno. We were warned”. ERAVAMO STATI AVVISATI (maiuscolo mio).
Subito sotto il direttore generale stima il numero di vittime dell’ultima settimana, con una cifra spaventosa, subito rilanciata dai media: “Dal 21 giugno sono stati registrati oltre 1.300 decessi in eccesso legati alle alte temperature in Europa”. Ho cercato di capire a quale Europa si riferisse, se l’Unione Europea, l’Europa geografica, i 35 Paesi di cui raccoglie i dati Eurostat o i 53 inclusi nella Regione europea dell’OMS, che si estende dalla Groenlandia, fisicamente in Nord America, alla Siberia russa che si affaccia sul Pacifico e confina con Cina e Mongolia, e che, a sud, comprende Turchia e Israele, ma anche paesi dell’Asia centrale (Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan) e del Caucaso meridionale (Armenia, Azerbaijan, Georgia).
Nello stesso tweet, Tedros parla di 150 milioni di abitanti che in questo momento in Europa sono esposti a questa condizione di caldo estremo, per cui probabilmente si riferisce a un terzo di quelli dell’Europa geografica, i cui dati sono raccolti da EuroMOMO ed Eurostat, dal momento che non ovunque c’è lo stesso caldo e nella regione europea il numero totale di abitanti supera i 900 milioni.
Comunque il messaggio è poco chiaro. L'agenzia di sanità pubblica francese ha riferito che nella scorsa settimana, picco di caldo, ci sarebbero stati nella sola Francia 1.000 morti in eccesso e Tedros che in tutta Europa, dal 21 giugno, sarebbero stati 1.300. È possibile che la Francia da sola abbia contribuito con un migliaio di decessi al totale europeo di 1.300, con gli altri paesi che aggiungono il resto. Oppure che il dato francese sia più recente e non ancora incorporato nel totale stimato dall’OMS, che a questo punto non si dovrebbe riferire però alla Regione Europea ma all’Europa comunemente intesa.
“Spinto dal cambiamento climatico e dal riscaldamento globale, il fenomeno dell’ondata di calore che si verifica “una volta in ogni generazione” sta capitando quasi ogni anno. Eravamo stati avvisati”. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS
Quello che resta opaco è la fonte e la metodologia che ha portato a stimare il numero di 1.300, che Tedros lancia senza spiegazioni e che non può derivare dalla dashboard pubblica di EuroMOMO, il sistema di monitoraggio europeo della mortalità in eccesso, aggiornato al 21 giugno. Posso ipotizzare che lui disponga di dati non pubblici, ma per il momento non li posso verificare.
Sotto il tweet non manca la solita catena di commenti negazionisti: un maggior rigore nel riferire i numeri aiuterebbe a rispondere a chi li mette in dubbio. Intanto, mentre l’ondata di calore si propaga a est, anche Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia si preparano a superare nei prossimi giorni temperature di 40°C, che è difficile non considerare straordinarie a quelle latitudini.
Chiudere i confini non ferma i virus
In tutto questo è quasi passato inosservato il caso di ebola diagnosticato in Francia e - posso dirtelo? - credo sia una buona notizia. Sapevamo fin dall’inizio che ci potevano esserci casi sporadici nel personale di rientro dalle aree colpite, e per questo è importante mettere in atto protocolli di sorveglianza e quarantena, come quelli messi in atto (con un po’ di ritardo) dal Ministero della Salute italiano. Con le misure previste, in un contesto come quello dei Paesi europei, il rischio di infezione continua a essere giudicato molto basso, e credo che ci si possa fidare. Lo so anch’io che nelle prime settimane era stato sottovalutato anche il rischio di covid-19, ma il virus responsabile dell’epidemia in Cina era sconosciuto e non si potevano sospendere i diritti individuali e bloccare l’economia globale - come poi invece alla luce dei fatti è stato necessario fare - , solo per prudenza, quando le informazioni che avevamo erano di segno opposto.
Per quanto il virus ebola Bundibugyo, responsabile dell’epidemia in corso, abbia le sue particolarità rispetto al più comune ebola Zaire, si tratta comunque di agenti infettivi noti da decenni. Nulla fa pensare, almeno per il momento, che abbia cambiato modalità di trasmissione, legata al contatto diretto con il paziente, la sua salma o i suoi liquidi corporei. È chiaro che nel momento in cui si sospettasse la possibilità di un contagio attraverso l’aria, semplicemente stando nella stessa stanza, tutta la gestione dovrebbe cambiare. Ma oggi, il costo economico, sociale e politico di prendere le precauzioni in quel caso necessarie sarebbe sproporzionato. Ricordati, quando si parla di salute (ma forse non solo), bisogna sempre tenere conto dei bilanci tra rischi (e talvolta costi) e benefici delle scelte.
Anche per questo mi sembra un bene che non sia stata data troppa risonanza alla notizia del medico risultato positivo, una volta arrivato in Francia, col rischio che la paura spingesse a provvedimenti “di pancia”, che gli esperti giudicano controproducenti, come la chiusura delle frontiere con i Paesi colpiti. Queste norme sono in genere sconsigliate per varie ragioni, prima di tutto perché peggiorano la crisi nei Paesi colpiti e spingono così i governi che hanno casi sospetti a occultarli, per evitare ripercussioni economiche. Inoltre rendono più difficile, o impossibile, il trasporto di personale umanitario, che a sua volta potrebbe essere scoraggiato dal partire, se rischia di non poter tornare in caso di necessità. Infine, tranne casi particolarissimi, facilitati dalle condizioni geografiche o da regimi particolarmente severi, è quasi impossibile impedire a un virus di passare in un modo o in un altro le frontiere. Se questo avviene al di fuori dei canali ufficiali, diventa anche impossibile tracciarlo e limitarne i danni.
Nel caso del medico francese, che lavora per l’Alliance for International Medical Action (ALIMA) e tornava a casa dopo aver partecipato attivamente alla risposta umanitaria nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, è stato invece possibile applicare i protocolli, mettendo sotto osservazione i passeggeri seduti nei posti adiacenti al suo in aereo, dove ha cominciato ad avere mal di testa. Si stanno tracciando anche tutti gli altri possibili contatti.
L’unico altro caso in Europa, nonostante diversi falsi allarmi, è stato quello del dottor Peter Stafford, che però ha ricevuto la diagnosi nel Paese africano ed è poi stato trasportato in una capsula di biocontenimento in Germania con la moglie (anch’essa medica impegnata a supporto della popolazione locale) e con i loro quattro bambini. C’era stata allora qualche polemica contro l’amministrazione Trump, accusata di avere optato per questa soluzione, invece del trasporto negli Stati Uniti, allo scopo di tenere il virus lontano dal Paese. In realtà, non sappiamo se non sia subentrata anche una scelta di opportunità, per non allungare ulteriormente il viaggio, date le condizioni del paziente. L’importante è che, con le cure che ha potuto ricevere all’Ospedale Charité di Berlino, Stafford è guarito, ed è già tornato in patria con la sua famiglia. E non è l’unica buona notizia.
La fine di hantavirus, mentre ebola galoppa
Alimentare paure immotivate non porta a nulla, come abbiamo visto per l’epidemia di hantavirus sulla nave da crociera, di cui ti avevo parlato qui, qui e qui: non vorrei cantare vittoria troppo presto, ma, a un mese e mezzo dall’esordio, è andato tutto bene, non ci sono stati casi secondari al di fuori di chi si trovava sulla nave e non ci sono stati altri decessi, oltre ai tre avvenuti prima che la situazione fosse presa in mano dalle autorità sanitarie. Le ultime 54 persone, su più di 650 in 33 Paesi, che erano venute a contatto con passeggeri ed equipaggio, concluderanno il loro periodo di quarantena la prossima settimana, per essere precisi, il 2 luglio. Dopodiché, si potrà mettere la parola fine a questa vicenda, che, nonostante i limiti degli attuali Centri per il Controllo e la prevenzione delle Malattie degli Stati Uniti e le (pare) inevitabili polemiche, sia stata gestita al meglio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle altre autorità nazionali e sovranazionali coinvolte.
Più preoccupante, ma mooolto più preoccupante, è apparsa fin dall’inizio la situazione sul posto, tra le province orientali della Repubblica Democratica del Congo e i casi che si sono verificati a Kampala, capitale dell’Uganda. Te ne avevo parlato qua e qua (e ti ricordo che per accedere all’archivio degli articoli, ormai sostanzioso, serve essere abbonati, almeno con un piccolo contributo).
Prima di tutto un breve aggiornamento sui numeri, che si ritiene siano largamente sottostimati, poiché al momento si riesce a tracciare solo il 30% circa dei contatti di ogni paziente, mentre per contenere l’epidemia si dovrebbe arrivare all’80%, come ha appena dichiarato il direttore generale del Centro Africano per la prevenzione e il controllo delle malattie, Jean Kaseya.
Secondo i dati ufficiali, comunque, attualmente, nella Repubblica Democratica del Congo, il Paese più colpito, sono stati confermati almeno 1.200 casi e 321 decessi, la maggior parte dei quali nella città mineraria di Mongbwalu, ritenuta l’epicentro dell’epidemia, a Rwampara, dove il mese scorso è stato assalito e bruciato il campo che accoglieva i pazienti, per farli scappare e Bunia, capitale della provincia di Ituri, che dista solo 40 km dal confine con l’Uganda. Secondo il Ministero della Salute ugandese i casi confermati qui sarebbero solo 20, 15 dei quali importati e 5 operatori sanitari contagiati da questi, con solo 2 decessi. Nei giorni scorsi, i due Paesi confinanti hanno siglato un memorandum di intesa che prevede una risposta coordinata all’emergenza sanitaria. Speriamo duri più a lungo di quelli che a ogni telegiornale ci dicono abbiano firmato, e a quello successivo stracciato, Stati Uniti e Iran.
Non si sono finora registrati casi in Rwanda e Sud Sudan, che tuttavia sono in massima allerta. O meglio, è in massima allerta il Rwanda, che finora non ha registrato casi e sta applicando misure durissime per difendere le sue frontiere, anche a tutela della sua immagine di ambita meta turistica, pacificata dopo la tragedia fratricida del secolo scorso. La situazione è molto più a rischio in Sud Sudan, devastata dalla guerra, dalla carestia e da un’emergenza sanitaria senza confronto, dove un modello pubblicato su Lancet Infectious Disease prevede un rischio del 70% che si verifichi almeno un caso nei prossimi tre mesi. Molto minori le probabilità che l’epidemia si estenda in Rwanda (8,6%) e Burundi (2%), considerate a basso rischio.
Per un articolo che ho scritto la scorsa settimana (e che uscirà in autunno, sorry) ho fatto una breve ricognizione sul personale sanitario in Africa e ho trovato risultati agghiaccianti. Sono andata a rivedere che cosa si trova per la provincia di Ituri, e ho scoperto che nelle zone politicamente instabili come quella ci sono in media 0,35 medici per 10.000 abitanti (cioè uno ogni 30.000, visto che non si fanno - o almeno non si dovrebbero - fare a pezzi), contro lo standard minimo nazionale già modesto di 1 medico per 10.000. I medici si concentrano nei distretti urbani, dove le condizioni di vita e la sicurezza sono accettabili e dove possono integrare il reddito con attività private. Includendo infermieri e ostetriche, si arriva, in media in tutto il Paese, a 1,05 per 1.000 abitanti, al di sotto della media dell'Africa subsahariana (1,2 per mille) e molto lontano dalla soglia degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, fissata a 4,45 per 1.000. Capisci quindi perché non si può fare a meno dell’attività delle ONG e della Cooperazione internazionale. In una conferenza stampa che si è tenuta venerdì, anche i CDC statunitensi hanno finalmente alzato al livello massimo, cioè 1, la loro risposta, impegnandosi a mobilitare personale e risorse. Speriamo.
Ti saluto segnalandoti una lunga intervista che mi è stata fatta da Cristian Valeri e Guido Magrin per il videopodcast Skeptical Health. Il progetto, in generale, è molto interessante, ma se vuoi vedere/ascoltare la mia puntata, la trovi qui.
Non posso salutarti augurandoti buon weekend, che ormai è praticamente finito, ma buone vacanze, se, come me, preferisci o puoi farle a luglio. Quest’anno io purtroppo (a meno di clamorosi colpi di scena) non riesco ad andare nella mia amata Grecia, ma ho comunque bisogno di calare un po’ il ritmo di lavoro, perciò ho deciso di interrompere le newsletter almeno per un paio di settimane. Mi trovi comunque sempre qui o sui social media, soprattutto se ci saranno notizie interessanti da dare o commentare. Altrimenti ci si sente più in là, passata questa ondata di caldo che mi fonde il cervello. Ciao!



Riposo più che meritato, grazie che ci sei
Partendo dal grande caldo hai attraversato i pericoli maggiori che corriamo per la nostra salute. I numeri e le percentuali sono altissimi e richiederebbero la massima attenzione e collaborazione di tutti noi per contenerli. Purtroppo sappiamo che non è così, e pensare che, nonostante le evidenze della gravità, ci sono ancora quelli che la negano, mi indigna a tal punto da augurare a costoro le pene più infernali dei gironi concepiti dal Sommo Vate. Comunque, veramente grazie del tuo lavoro.