#99 STAMINALI, scienza o truffa?
Cellule capaci di rigenerarsi, dare origine a ogni tessuto dell'organismo e quindi anche di ripararlo: cos'altro in medicina si avvicina tanto al mito? Come distinguere truffe, promesse e realtà.
Come scrive in prima persona Beatrice Mautino nel suo ultimo libro per Mondadori, “Vertigine”, nessuno può dirsi davvero immune dal pensiero magico. Lo aveva raccontato anni fa sul Corriere anche un bravissimo collega, protagonista di tante battaglie contro i ciarlatani che diffondono e sfruttano la disinformazione sulla salute: toccato negli affetti più profondi, era cascato anche lui, come tanti altri, nelle maglie di una speranza priva di fondamento scientifico. E non sono affatto certa che non sarebbe successo anche a me, se mi si fosse prospettata una possibile alternativa, quando ho accompagnato verso la fine mio fratello, mia madre o altre persone care.
Quando riceviamo una diagnosi così sfavorevole da suonare come una condanna, per noi stessi o per una persona cara, è infatti più che naturale attaccarsi a qualunque appiglio ci venga messo davanti. Comunque non potrebbe andare peggio di così, e in ogni caso pensiamo di non avere nulla da perdere. Invece no. L’esperienza di chi ci è passato racconta che l’iniziale sollievo dato dalle false speranze alla fine non paga. Inseguendole, ci si trova talvolta ad affrontare viaggi impegnativi e di solito esborsi economici rilevanti, ma il danno non è solo finanziario. I rischi non controbilanciati dalla prospettiva di un beneficio non sono accettabili. E non è vero che chi ha una prognosi infausta non ha più nulla da perdere. Gli pseudotrattamenti possono causare complicanze dolorose o peggiorare i sintomi, e comunque rubano tempo che in quelle circostanze è ancora più prezioso. Alla fin fine, poi, quando ci si accorge di essere stati ingannati, la delusione è ancora più cocente, aggravata dal risentimento verso chi approfitta per lucro di una situazione di debolezza fisica e psicologica.
Un terreno scivoloso
Non sempre, tuttavia, chi si lascia imbrigliare nelle reti dei ciarlatani lo fa con la volontà, e talvolta nemmeno la consapevolezza, di cercare una soluzione al di fuori della scienza. Nel caso dei trattamenti a base di cellule staminali, per esempio, orientarsi può sembrare davvero difficile: sotto questa stessa definizione coesistono infatti cure consolidate di grande efficacia e pseudo-terapie totalmente ingannevoli, di staminali si occupano guru e ricercatori, e quello che si può trovare, digitando la parola “staminali” su Google, mescola medicina d’avanguardia e business senza scrupoli.
Voglio dire, se qualcuno ti propone un trattamento di “medicina quantistica”, non occorre approfondire oltre: chiaramente è una presa in giro. Ma se ti viene ventilata la possibilità di una cura basata sulla capacità rigenerativa di cellule che - lo dice la scienza - hanno anche in natura la funzione di riparare e rinnovare i tessuti, perché escludere che si tratti di applicazioni valide, magari ancora solo non riconosciute ufficialmente? In fondo, una rapida ricerca su PubMed mostra moltissimi studi in cui si è provato ad applicarle a mille condizioni diverse: perché non potrei essere io proprio uno dei primi fortunati in cui si dimostrerà che l’approccio funziona?
È vero, infatti, che le cellule staminali rappresentano il serbatoio di nuove cellule dell’organismo. Permettono la crescita dell’individuo e poi via via, nel corso della vita, sostituiscono le cellule danneggiate o invecchiate nei vari tessuti. Hanno quindi due principali caratteristiche, in equilibrio tra loro: da un lato si replicano, per cui possono mantenere costante il serbatoio di cellule che serviranno per le varie attività di riparazione; dall’altro sanno prendere strade diverse, assumendo la forma e le funzioni delle diverse cellule dell’organismo nel processo chiamato di “differenziazione”. Non tutte sono altrettanto versatili: quelle di un embrione nelle primissime fasi sanno produrre tutti i diversi tessuti dell’organismo; quelle “emopoietiche”, che si trovano nel midollo osseo, possono trasformarsi in tutte le cellule del sangue, o solo in quelle di un certo tipo; altre servono a rimpiazzare solo cellule già specializzate.
Se qualcuno ti propone un trattamento di “medicina quantistica”, non occorre approfondire oltre: chiaramente è una presa in giro. Ma se ti viene ventilata la possibilità di una cura basata sulla capacità rigenerativa di cellule che - lo dice la scienza - hanno anche in natura la funzione di riparare e rinnovare i tessuti, perché escludere che si tratti di applicazioni valide, magari ancora solo non riconosciute ufficialmente?
Le conosciamo da decenni, e da decenni ne sfruttiamo le capacità, per esempio col trapianto di midollo o di cellule staminali emopoietiche che permette di salvare pazienti con alcune gravi forme di leucemia, linfoma o altre malattie ematologiche. L’infusione permette di ricreare da nuovo tutte le cellule del sangue, anche dopo un trattamento molto aggressivo, capace di spazzare via tutte quelle legate alla malattia. Con lo stesso approccio si possono affrontare in casi particolari anche tumori solidi, alcune forme di sclerosi multipla e di altre malattie autoimmuni.
La ricerca in questo campo è molto attiva. Alla fine del 2024, erano stati registrati più di 100 studi clinici che stavano sperimentando 83 prodotti a base di cellule staminali pluripotenti, soprattutto per il trattamento di malattie oculari e del sistema nervoso centrale, oltre che del cancro.
Un caso a parte è quello delle cellule staminali mesenchimali, a cui, oltre alla capacità di rigenerare alcuni tessuti connettivi (per esempio nelle lesioni di tipo ortopedico), sono attribuite proprietà antinfiammatorie e di modulazione della risposta immunitaria attraverso la liberazione di sostanze attive sui tessuti circostanti. Le sperimentazioni che le coinvolgono comprendono quindi malattie infiammatorie, autoimmuni e neurodegenerative.
Ci sono poi le cellule staminali neuronali. Al San Raffaele di Milano, sta per iniziare uno studio finanziato con 6 milioni di euro dalla Federazione Italiana Sclerosi Multipla, che coinvolgerà 90 pazienti con questa malattia neurologica, a cui saranno somministrate cellule staminali neuronali, capaci quindi di differenziarsi in tutte le diverse cellule del sistema nervoso. Si tratta della seconda fase di uno studio pubblicato nel 2023 su Nature, che aveva allora coinvolto solo una dozzina di pazienti. Vedo che tra gli autori c’era anche il mio vecchio compagno di università e carissimo amico Roberto Furlan, ma capisco che questo abbia poca rilevanza, se non quella di darmi lo spunto per pubblicare una bella foto (Ciao Roberto, fatti vivo!!!).
Qui nel 2017 con Roberto Furlan, un tempo mio compagno di università, oggi Direttore dell'Istituto di Neurologia Sperimentale (INSPE) del San Raffaele e Presidente della International Society of Neuroimmunology, conducevo un evento TEDMed organizzato da FightTheStroke.
Rilevanti, invece, anzi, molto rilevanti, sono i tempi e i modi della scienza: l’infusione del primo paziente è avvenuta nel 2017, e ci sono voluti anni per procedere con cautela, verificando uno alla volta, su un piccolo numero di pazienti, che non ci fossero conseguenze indesiderate gravi ai diversi dosaggi sperimentati. Anzi, nei pazienti che avevano ricevuto la maggior quantità di cellule staminali, era possibile osservare una minore atrofia cerebrale e l’aumento nel liquido cefalorachidiano di sostanze antinfiammatorie e neuroprotettive. Non sappiamo se questo si tradurrà in un miglioramento clinico. Lo potremo vedere solo guardando ai risultati di questa seconda fase della ricerca, condotta su un maggior numero di pazienti e finalizzata a valutare anche indicatori di efficacia, oltre che di sicurezza.
Possiamo però affermare che la produzione di queste cellule e la loro somministrazione avverranno in condizioni altamente controllate. Occorre infatti da un lato essere certi di non inoculare agenti infettivi e fare il possibile perché le cellule staminali, per loro natura propense a replicarsi in maniera illimitata, non diano origine a tumori. Dall’altro, è indispensabile mantenere condizioni estremamente controllate per garantire che questo prezioso materiale si conservi al meglio. Le norme che regolano la produzione di trattamenti a base di cellule sono severissime e comportano enormi spese per realizzare gli impianti (le cosiddette “cell factory”) e farli funzionare come si deve, secondo protocolli obbligatori in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, di cui invece non si curano le cliniche private che offrono questi trattamenti alternativi in giro per il mondo, promettendo risultati che per ora non sappiamo se ci saranno. Va detto forte e chiaro: per il momento una cura della sclerosi multipla basata sulle cellule staminali NON c’è.
Ma come può un paziente o un familiare distinguere tra una cosa e l’altra, cioè una proposta scientifica da quella dell’azienda svizzera dal sito impeccabile, dell’istituto scientifico nell’Europa dell’Est che magari fa riferimento a un’università, del reparto di terapie cellulari all’interno di un ospedale cinese o, ahimè, del centro di una città italiana gestito da un gruppetto di sedicenti esperti? La risposta di Gianvito Martino, direttore scientifico dell’IRCCS Istituto San Raffaele, a Daniela Cipolloni che lo intervistava per Presa Diretta, è lapidaria, ma efficace: “Se ti chiedono dei soldi è perché non è una sperimentazione regolamentata e approvata. Tutte le sperimentazioni approvate da enti regolatori ufficiali prevedono che sia lo sperimentatore ad accollarsi le spese…Questo è il modo più semplice per capire se ti prendono in giro”.
Chi si ricorda di Stamina e Vannoni?
Nell’inchiesta trasmessa dalla RAI sono state mostrate entrambe le facce della medaglia: da un lato, terapie con cellule staminali che hanno svoltato, o potranno svoltare, il destino di molte persone per le quali altrimenti non avremmo strumenti di cura; dall’altro, un florido mercato che ha ben poco a che fare con la scienza, ma molto con un business della disperazione che ora, un po’ come la pizza, viene addirittura portato a domicilio. Il servizio si è soffermato infatti soprattutto sul caso di Bio Cells Medical, un’azienda con sede a Varsavia che, volendo, permette ai pazienti anche di evitare i viaggi della speranza che ancora oggi, nonostante le mille denunce, portano i malati in Svizzera, in Messico, in Thailandia, in Cina, in Turchia o nei Paesi dell’Est europeo. C’è un continuo e fitto passaparola tra le famiglie di persone colpite da malattie neurodegenerative irreversibili, e chi - in buona fede - pensa di aiutarle, per esempio raccogliendo fondi. Da loro è facile risalire agli indirizzi di queste cliniche e al loro listino prezzi per trattamenti a base di cellule staminali non approvati e non validati scientificamente. Bio Cells Medical fa di più: una volta ricevuto il sostanzioso bonifico (19.000 euro, nel caso di SLA raccontato dal servizio di Presa Diretta), l’infusione nel sistema nervoso centrale, con tutti i rischi che questo comporta, viene effettuata a casa del paziente, da parte di un gruppo di sedicenti medici di cui non risulta un reale conseguimento della laurea. Una pratica illegale sotto molti punti di vista, quindi, sia nel metodo sia nella sostanza.
Non dimentichiamo il ruolo che hanno avuto le Iene nel sobillare la popolazione sul caso Stamina, convincendo gran parte degli italiani che si volessero negare per partito preso cure in grado di salvare bambini a cui la medicina non offriva (allora) speranza. L’avvocato di una di questi piccoli, Sofia, si chiamava Giuseppe Conte, ma allora non lo conosceva nessuno.
Almeno, Davide Vannoni, l’esperto di comunicazione persuasiva a capo della Fondazione Stamina, si appoggiava a medici e cercava di infiltrare gli ospedali (anche se ciò non fa onore né ai medici che collaborarono con lui, né alle strutture che ne accolsero i trattamenti). Non so se te lo ricordi, il protagonista del clamoroso caso Stamina, di cui anch’io ormai più di dieci anni fa mi occupai a fondo e su cui con Antonino Michienzi scrissi un e-book, “Acqua sporca”, che puoi scaricare gratuitamente qui. Su Fosforo e miele ne ho già parlato qui, in un parallelo con le dinamiche di psicologia sociale che alimentano anche l’esitazione contro i vaccini, e qui, dove ti raccontavo invece delle molte trappole disseminate intorno alle persone autistiche e alle loro famiglie.
“Se ti chiedono dei soldi è perché non è una sperimentazione regolamentata e approvata. Tutte le sperimentazioni approvate da enti regolatori ufficiali prevedono che sia lo sperimentatore ad accollarsi le spese…Questo è il modo più semplice per capire se ti prendono in giro”. Gianvito Martino
I truffatori preferiscono le famiglie con persone autistiche
Nella gamma di “pseudocure” propagandate alle famiglie in cui ci sono persone autistiche non mancano le offerte di infusioni di (vere o false) staminali. Purtroppo, non sono pochi i genitori che ignorano i rischi e si sono convinti che, se riuscissero a sottoporli al trattamento, la neurodiversità dei loro figli verrebbe “risolta”.
La destinazione non è necessariamente ed esclusivamente all’estero. Ho ricevuto accorate segnalazioni di realtà che anche in Italia sotto traccia pare forniscano, o almeno sponsorizzino, questi pseudotrattamenti. Non ho i mezzi per verificare sul campo, né posso fare affidamento su un ufficio legale o pagare le spese di un’eventuale querela. L’unica cosa che posso fare è mettere genericamente in guardia le famiglie: l’autismo non “si cura”, e in ogni caso non esiste alcuna prova che trattamenti con cellule staminali possano influire sulla situazione e il comportamento di chi si trova nello spettro autistico. Se trovi studi che dicono il contrario, guarda prima di tutto quanto è affidabile la rivista che li riporta, e poi controlla l’affiliazione degli autori. Scoprirai così che si tratta di proprietari o dipendenti dalle cliniche che vivono di queste procedure, oppure che sono in qualche modo collegati al mondo antivax che fa capo a Bob Kennedy jr, approfondito anche qui. Anche Presa Diretta chiama in causa il Segretario alla salute statunitense, riportando la scena in cui si è impegnato a spazzare via la regolamentazione che protegge i cittadini da terapie di non provata sicurezza ed efficacia, insistendo proprio sulle staminali che sostiene di aver ricevuto in Messico “per curare la gola”. In che senso, non si sa. Devo essere onesta: mi sfugge anche il collegamento tra l’idea che i vaccini provochino l’autismo e la pretesa che le staminali lo possano “curare”, ma l’associazione delle due posizioni avrà sicuramente una spiegazione che a molti può sembrare logica. Certo, non ha basi obiettive e scientifiche.
Ricorderai forse la delirante conferenza stampa dalla Casa Bianca del 22 settembre 2025, che ti avevo raccontato qui, in cui si sosteneva che il paracetamolo in gravidanza potesse provocare l’autismo e la leucovorina, invece, lo potesse “curare”. Per verificare le conseguenze di queste dichiarazioni sul consumo dei farmaci, sono state esaminate le prescrizioni in pronto soccorso di paracetamolo alle donne in età fertile e di leucovorina ai bambini negli ambulatori esterni agli ospedali da quel giorno fino al 7 dicembre: il consumo di paracetamolo nelle donne in gravidanza (ma non nelle altre) è calato del 10%, quello di leucovorina è aumentato del 70%.
La stessa leucovorina, intanto, il 10 marzo scorso è stata autorizzata dalla Food and Drug Administration per il trattamento di una rara condizione genetica, ma non per l’autismo come era stato allora auspicato.
A volte ci si infilano anche tematiche religiose. Tra i coautori di questi pseudostudi a favore delle staminali come “cura per l’autismo” torna infatti, anche accanto al nome degli italiani, quello di Jeff Bradstreet, un medico sostenitore di molti approcci alternativi, a partire dall’omeopatia, ma anche predicatore e fondatore della Good News Doctor Foundation, dove la promozione di trattamenti bislacchi e antiscientifici è ammantata da un velo di principi cristiani. La sua fama però è dovuta soprattutto al suo ruolo nella diffusione della bufala sul legame tra vaccini e autismo e sulle cosiddette “terapie chelanti” cui sottoponeva i bambini, con la pretesa di rimuovere il mercurio che sarebbe stato, a suo dire, responsabile del disturbo. Oltre che inutile, il trattamento poteva anche essere pericoloso, così come gli altri venduti come “cure per l’autismo” ed elencati qui a tutela delle famiglie dalla Food and Drug Administration statunitense (sperando che nessuno della nuova amministrazione legga Fosforo e Miele, e vada di conseguenza a modificarla). Oltre alle terapie chelanti, l’FDA mette in guardia dai trattamenti in camera iperbarica (e perché non comprarsene una da mettere in casa? dice l’azienda produttrice), dai bagni di argilla detossificanti, che eliminerebbero sostanze chimiche, inquinanti e metalli pesanti dal corpo, dal biossido di cloro (supergettonato in questo periodo dagli alternativi in Italia) alla cosiddetta “Soluzione Minerale Miracolosa” a base di clorito di sodio, per la quale puoi leggere l’approfondimento di Fabio Di Todaro sul sito di Fondazione Veronesi.
Oltre a tutto questo, Bradstreet riteneva che ogni bambino autistico dovesse ricevere infusioni di immunoglobuline, se non ci fossero limiti economici e di disponibilità del prodotto, e sosteneva di averne trattati più di 600 con la proteina GcMAF (Gc protein-derived macrophage activating factor), altra sostanza che oltre a “curare” l’autismo servirebbe contro il cancro, l’’HIV e molte altre condizioni.
Se la vita di Bradstreet è stata controversa, non di meno lo è stata la sua morte. Il suo cadavere è infatti stato trovato in un fiume, con un colpo di arma da fuoco al torace, dopo che l’FDA aveva perquisito il suo studio medico in relazione a un’indagine sull’uso non autorizzato di GcMAF. La sua morte fu archiviata come suicidio, ma tra i suoi seguaci si diffuse la teoria che in realtà fosse stato assassinato da qualcuno ostile al suo approccio “olistico” alla medicina.
APPUNTAMENTI
Giovedì prossimo, 19 marzo, alle 18, nell’Aula Magna della Scuola Sant’Anna di Pisa, proverò con il professor Giuseppe Vergaro a “navigare la complessità” della prevenzione e della sanità. Se sei in zona, ti aspetto!
Ti auguro un bellissimo weekend! Dai che la primavera è alle porte!






Ricordo ancora il metodo Dibella per il tumore al seno. Ero stata appena operata con mastectomia radicale e, tutte le sere, alla TV sto bel tomo sosteneva che si potesse guarire senza intervento!potete immaginare come mi sentivo. Avevo 39 anni e l'intervento era stato tosto. Spero che almeno fosse in buona fede
Sarebbe interessante parlare delle recenti terapie approvate in Giappone a base di cellule staminali, giusto per apprezzare un po di più come si fanno le cose qui in Europa